Visualizzazione post con etichetta Racconti Brevi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Racconti Brevi. Mostra tutti i post

mercoledì 16 aprile 2014

"L'uomo senza volto...esistenze appartate" di Elisabetta Pedata Grassia



Il percorso era sempre lo stesso. Il parco nuovo dove i bambini senza maglia giocavano mettendo la pelle alla mercè del sole cocente; le donne che non potevano permettersi vacanze esotiche, come matrone antiche filavano i loro discorsi all'ombra degli alberi, mentre i più piccoli ritornavano da loro con i volti rigati dalle lacrime, con le ginocchia sbucciate. Era il segno dell'estate, l'apertura di finestre e porte sui pianerottoli anneriti dal fumo delle braci. Il fuoco nel fuoco dell'aria silenziosa, dava l'idea che infondo il tempo non esistesse. Come se tutte le cose, gli eventi, i dolori e le gioie delle stagioni passate non fossero mai esistiti. Questo era l'estate un'immemore distesa di biancore e sospensione. 

La parte retrostante del parco dava su una piccola cappella, lì opulenta e bizantina si ergeva la Madonna della scuola. Un raccordo di due strade differenti: il sacro deserto del raccoglimento e il ritrovo di quelli che il paese definisce '' i tossici'' . 

Quello però era il giorno dell'uomo senza volto. La macchina era parcheggiata alla rinfusa, come si fosse fermato di scatto senza manovre, un'urgenza che avrei capito solo dopo. 

In macchina addormentato c'era un ragazzino con la bava cristallizzata agli angoli delle labbra e le mani piccole da neonato. 
Sotto la cappella c'era l'uomo senza volto con le mani giunte. Non era seduto o raccolto nella calma, somigliava alla sua auto gettata lì a caso, nella fretta, nell'urgenza. Oscillava come un pendolo e anche lui piangeva, come i bambini del parco. Ma i vestiti non erano laceri e le ginocchia non erano sbucciate. 

Quindi anche questo era l'estate.
L'osservazione del mistero che si propagava in ogni dove .Del dolore esposto sotto la luce indiscreta e violenta del sole.



Link Utili:


martedì 15 aprile 2014

"Il Giorno della Memoria" di Paolo tiberi



Un bel giorno A.F. si svegliò sentendosi più strano del solito. S’alzò dal letto, andò in bagno. Accese la radio. Sagge persone discutevano in un programma radiofonico. Esprimevano parole di speranza per un futuro migliore, augurandosi che gli orrori del passato non possano verificarsi nuovamente un domani più o meno lontano.

A.F. odiava il Giorno della Memoria.

Con la fronte corrucciata si lavava i denti.

Nel frattempo rifletteva sui morti quotidiani di cui non si parla nei programmi radiofonici. Poi pensò anche a quelli di cui si parla nei programmi radiofonici e di cui se ne fregano un po’ tutti. Sputò il dentifricio nel lavandino.

Ricominciò a spazzolarsi i denti.

Ricordò stragi più o meno celebri. Dovrebbe esserci un Giorno della Memoria ogni secondo. Dovrebbero esserci secondi della Memoria ogni giorno. Dovrebbero esserci Alberi della Memoria in ogni angolo della terra. Non è poi del tutto giusto celebrarne in pompa magna giusto un paio all’anno, più i giorni della memoria locali. Due aerei sbattono contro le Torri newyorkesi. Giusto non dimenticare. L’eccidio degli Ebrei. Giusto non dimenticare. Gli Italiani ricordano le Fosse Ardeatine e gli Etiopi il monastero di Debre Libanos.

Chissà se i pellerossa celebrano il Giorno della Memoria. Oppure se i Selk’nam celebrano il Giorno della Memoria. I Tasmaniani celebrano il Giorno della Memoria? I Palestinesi festeggiano?

A.F. sputò nuovamente il dentifricio nel lavandino.

Tibet.

Siamo proprio forti, anche i morti classifichiamo.

A.F. rischiava seriamente di sfociare nel razzismo. Situazione capovolta rispetto alle sue normali linee guida intellettuali profondamente antirazziste.
Ma A.F. credeva anche nell’eguaglianza. E classificare i morti non è eguaglianza.
Siamo più razzisti con i morti che con i vivi.

E abbiamo davvero una memoria molto corta. Specialmente se sopravvissuti.
A.F. si sciacquò la bocca.

Uscì dal bagno pensando: “che schifo.”




Link Utili

giovedì 3 aprile 2014

"Un Tantinello Esagerato" di Paolo Tiberi



Ok. Lo ammetto. Ho un tantinello esagerato.
Ma non volevo certo finisse così! Doveva essere una giornata mediamente moscia, un salto in facoltà, un paio d’ore in palestra, un paio d’ore sui libri, cena solitaria, tivù, letto.
Allora, mi chiedo, che male ci sarà, mi compro una bottiglia di vino e mi guardo qualcosa di divertente.
Io che diavolo ne sapevo?
Così trascorre la giornata mediamente moscia, mi metto in mutande, metto a bollire l’acqua.
Canticchio. Dadadumm. Trallallà.

Stappo il vino. Voglio un bicchiere mentre cucino.
L’acqua è sul fuoco; io me ne sto, sigaretta e bicchiere.
Divino.
Zapping.
Dadadumm.

Va bene, confesso, l’acqua non ne vuole sapere affatto di bollire, così, e neanche me ne sono accorto, mentre Crozza mi fa sbudellare dal ridere, io m’ero già scolato mezza bottiglia.

Il mio piatto principe, d’una semplicità allucinante:
mentre l’acqua bolle, o ci prova, affetto i pachino e mi metto a soffriggere l’aglio.
Lentamente. Aggiungo i pachino, aggiungo peperoncino piccante a cucchiaiate. E se mi va anche il basilico.

Bicchierino.

Quando, finalmente, ecco il vapore acqueo che si divincola, tentando disperatamente di evadere dalla pentola, facendo tremare il coperchio.
Vermicelli.

Dodici cazzo di minuti! Ho fame!

Bevo.

Cena regolamentare, troppo buona la mia pasta.
La bottiglia è quasi finita.
Manca un bicchiere, ancora, giusto per chiudere la cena.
Con la sigaretta post-cena.

Poi, ecco, t’irrompono i ragazzi in casa. Così, mentre il tuo prospetto è:
  1 )gettarsi in mutande sul letto;
  2)stop. Fine del collegamento;
ti trovi catapultato in una birreria.

Bevo per inerzia. Alla seconda pinta sono già da buttare.
Invece, dopo la terza, mi ritrovo in un altro locale, ignorando come diavolo ci sia arrivato.

Tutti ballano.
Una s’avvicina: “balliamo?”
Io già è tanto se riesco a camminare.
Buttiamo via un po’d’alcol muovendoci. Credo.

Ma quel Long Island…                                                                                                                                                                                                era sconvolgentemente buono.
Sul serio, è raro trovarne
                   di così
                                                 buoni.

Ho bisogno d’aria, quindi esco un attimo.

Il problema        
                          è che cammino  un po’ così,
                                                                               non so
                                                                                               bene se capite cosa
                                                                                                                                 intendo.

Ehm.
Salve.

Sapete, si fanno strani incontri, a volte. Ma penso che questa ragazza l’ho vista già parecchie volte, in vita mia.

È mia sorella.

Quella stronza. Ehm.
Con la mia ragazza. Lei è discretamente incazzata.

Non capisco bene perché s’agita tanto.
Non capisco neppure ciò che dice.
Ma forse non ce l’ha con me.

Aspetta un attimo, come sono finito sdraiato su questa panchina, e, soprattutto, a chi appartengono le gambe sulle quali ho comodamente appoggiato la mia testa?

Ho un istante di pausa mentale.

Devo avere un viso discretamente interdetto.

Mi sono perso qualche passaggio.


Amore, io questa qui non ho la minima idea di chi sia.
E non so assolutamente come la sua mano sia finita sui miei capelli, né come sia finito io sulle sue gambe.
Ti giuro, amore, non so perché la patta dei miei pantaloni sia aperta.
E quello che ho sul collo è certamente dermatite, non certo un succhiotto.
No tesoro, non è rossetto quello sul colletto della camicia. Sarà sugo.
Ah, è viola, allora sarà marmellata.
Sì amore, ho scoperto le importanti qualità nutritive della marmellata, ora non ho idea di come farei a vivere senza, né come abbia fatto a sopravvivere non avendone mangiato finora.
No tesoro, non sono ubriaco, ho bevuto giusto un bicchierino.
No, cara, non ti sto prendendo per il culo.
Come puoi pensare una cosa del genere.

Ceffone.

Sono stupito.

Ho idea che non se la sia bevuta.

Lei non se l’è bevuta, io forse un po’ troppo.

Ho esagerato un tantinello.




Link Utili:

domenica 23 marzo 2014

"L' evasione, la strega, il carceriere e la scarpina di Cenerentola" di Paolo Tiberi

Ricominciare dopo la galera sembrava più difficile. Riprendere a vivere dopo un quinto di vita. 
Scusate, odio la matematica, ma volevo quantificare.
Poi, insomma, recludere uno come me significa rischiare di creare problemi alla società. I momenti di fuga erano classificabili sempre come atti vandalici. 
Sfracellare bottiglie contro auto in sosta, spaccare specchietti e finestrini. Rabbia repressa. Fuga dagli sbirri, ubriaco, su di giri, rischiando d'essere travolto bruciando i semafori rossi.
Donne a pagamento, meraviglia, scegliere modello e marca. Nazionalità confusa. Aggressioni.
Piacere.

Dalla prigione alla libertà, ma solo per un giorno al mese. Un giorno al mese di panico. Non poteva durare. Non sono una bestia, ma sono meno santo di quanto sia bestia. O più bestia che santo.
Rinchiudermi non è difficile, il problema sono le piccole evasioni.
Perdersi per strada, davanti il portone di casa propria, con una lei più ubriaca di me, ma che già ne ha abbastanza. Ma evidentemente non abbastanza per perdersi la notte di panico con l'uomo impanicato.
Cosa potrà succedere, avrà pensato. Ne ho viste tante, avrà pensato.
No, non ne aveva viste abbastanza. Non aveva visto me.
Mancavo ancora io.

E adesso, stupefacente! adesso che sono fuori da questo gabbio, ho perso numeri. O sono meno impaziente. O forse più impaziente. Oppure ho meno tranquillità, sai, la tranquillità che ti dona il sapere di aver comunque un rifugio assicurato, prigione o grattacielo poco importa. Una tana.
Tranquillità. 
Forse ho solo bisogno di tranquillità.
Cerco quegli occhi verdi di strega, quelli che mi fissavano all'altezza dell'ombelico, nella toilette della disco.
Sono stato innamorato di quel ricordo per anni. La più bella della mia vita. Saresti stata la mia fuga, tesoro. Ho sognato d'essere rapito da te, per tutto questo tempo. Speravo che t'avrei rivista, che m'avresti tirato fuori da questa gabbia.
Quella bocca.
Quel viso.
Quei capelli.
Se solo m'avessi detto "scappa, vieni via con me".
Scappai, ma fu una notte. La singola notte di fuga mensile. Come le altre, dunque. Ma allora, perchè ricordo solo te, perchè ricordo te come se vivessi nel mio cervello?
Una notte con te. Un mattino ad ammirarti, cercando di fissare indelebile la tua immagine nella mia mente.
Poi nulla. Solo il ricordo.

A volte è vero, è più rassicurante la prigione, la monotonia. Il supplizio. Tutto più rassicurante della fuga. 
E' triste che t'abbia cercato solo nei miei ricordi e negli occhi del carceriere.
Potevo scappare. Ho preferito la galera.
Pochi attimi di libertà, in un quinto di vita di clausura.
Ora ringrazio quella gabbia. Ringrazio il carceriere. Perchè se non fossi stato recluso, mai avrei assaggiato l'impeto terribile e la smania di vivere che ti dona la libertà. Specialmente quando provvisoria. Specialmente quando sai quanto poca te ne resta. Specialmente quando sei consapevole d'essere come Cenerentola, con unica differenza che 
nessuno verrà a riportarti
la tua scarpina di 
cristallo.




venerdì 21 marzo 2014

"la giornata positiva per l'uomo positivo" di Paolo Tiberi


“Che bel sole!”
Mi stiracchiai felice osservando il cielo limpido e luminoso. Era un periodo nel quale bastava davvero poco a farmi comparire un sorriso sulle labbra. Grattandomi la pancia con soddisfazione mi diressi verso il salotto, dove, se la memoria non m’ingannava, avevo lasciato le sigarette la sera precedente.
Canticchiando e fischiettando lanciai i cuscini del divano in aria, cercando il pacchetto nascosto. Ero davvero di buon umore. Una nuova giornata meravigliosa era appena iniziata, e volevo goderne ogni istante. Volevo bermi ogni secondo di sole e fumarmi una sigaretta, ma il pacchetto non voleva saperne di saltare fuori. Quindi iniziai a cantare più forte, stringendo leggermente le labbra e irrigidendo un poco le guance.
“Trallallà, il pacchetto dove sta, chi lo sa!”
Fottuto pacchetto bastardo semivuoto dammi una maledetta sigaretta.

Trovato! Ehehehe! Non era in salotto, l’avevo lasciato in bagno. Già che c’ero, optai per una piccola sosta.
Poi mi lavai i denti, spazzolino, colluttorio, di nuovo spazzolino, di nuovo colluttorio, sciacquo, risciacquo, spazzolo senza dentifricio, terzo risciacquo. Tolgo il tappo del lavandino per pulire bene e togliere residui di dentifricio.
Splendido. Tappo del dentifricio bloccato nello scarico del lavandino.
“Trallallero trallallà che giornata che sarà, toglierò il tappettino dallo scarico del lavandino, trallallero trallalaaaà”, cantavo, cercando da qualche parte in quel maledetto bagno un accessorio utile alla causa. Optai per una piccola lima. Come un esperto scassinatore rimossi l’intruso dallo scarico del lavandino.
Sorrisi soddisfatto. L’impresa meritava una sigaretta.
Mi diressi verso la cucina. Essendo storicamente privo di accendini e rassegnato a restarne privo vita natural durante, le mie sigarette le accendevo utilizzando i fornelli.
Aprii la finestra per godermi quel bel sole. Squillò il telefono.
Seccatura. Andai a rispondere, lasciando la sigaretta appena accesa nel posacenere.
Non avevo più molta voglia di cantare. Mi tenne al telefono per quasi un ora, tempestandomi di parole per me prive di significato, ma sostanzialmente corrette. Non avevo opzioni di risposta. Tanto non avevo neanche la possibilità di controbattere. Fine.
La prima sigaretta della giornata se l’era fumata il mio posacenere. Ne accesi un’altra, non ne avevo molte. Questa, poi, era anche bagnata. Odio queste cose.
Iniziavo a riconsiderare l’idea di quanto bella fosse la giornata, tra minuscoli incidenti domestici minatori e telefonate affettivamente drammatiche. Avrei preferito la sveglia si fosse rotta e fuori avesse diluviato.
Ma io sono una fottuta cazzo di persona positiva, e nulla può intaccare il mio buon umore per più d’un quarto di cazzo d’ora. Adoro convincermene. Avevo un sorriso da Jocker, sperai non passasse Batman da quelle parti. Avevo voglia di fumare. Tornai in cucina, riaccesi il fornello, mi piegai e accesi la terza sigaretta della mattina. Era la terza cazzo di sigaretta che accendevo e, perdio, non ero ancora riuscito a godermene una. Nel far ciò scivolai su una misteriosa e anomala pozza di sostanze organiche(uova?). Cercai di restare in equilibrio, sostenendomi a…qualsiasi cosa. Col piacevole risultato che “qualsiasi cosa”cadde in frantumi a terra, lasciandomi d’un colpo senza bicchieri e piatti, ma compensandomi con un poco estetico ematoma intorno l’occhio destro. Provai a rialzarmi lentamente. Respirai.
“Cal-ma-ticazzo cal-ma-ticazzo”. Un istante, una frazione di secondi dopo, vidi una fiamma dietro la mia schiena tentare d’avvolgermi. Il mio fottuto cazzo di bastardo d’un pigiama a righe largo aveva preso fuoco col fornello acceso. Saltellai per casa gridando, cercando di sfilarmi l’indumento.
Mi sedetti a terra, con l’intenzione di non fare più nulla fino allo scoccare della mezzanotte.
Ma prima volevo riuscire a fumarmi una cazzo di sigaretta, era chiedere troppo?
Come non detto, era troppo. Avevo finito il pacchetto. Decisi che sarei uscito a comprarle, approfittando del bel sole per fare una bella passeggiata. E, già che c’ero, avrei comprato una scorta d’accendini per tutto il prossimo anno.
Zoppicando mi vestii, inforcai gli occhiali da sole per coprire l’occhio malridotto e uscii.
Scesi le scale.
Risalii le scale per prendere l’ombrello nell’appartamento. Cazzo, pioveva.
Magari, se mi fossi ricordato di prendere anche le chiavi di casa…e magari telefono e portafogli…

Io AMO affrontare le difficoltà con il mio ADORABILE, fottutissimo SORRISO.

AMO.